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lunedì 27 dicembre 2010

MACRO Museo d’Arte Contemporanea Roma

In questi giorni di festa a Roma si possono mettere in atto i buoni propositi culturali e visitare quei musei e quelle collezioni d’arte che   “ volevamo sempre visitare e  non abbiamo mai avuto  il tempo di vedere…”
Il mio consiglio? Fate un salto al MACRO in via Nizza, angolo via Cagliari. Con l’autobus potete scendere a piazza Fiume e percorrere circa 300 metri a piedi in via Nizza. L’edificio che ospita il museo era originalmente un vecchio stabilimento della birreria Peroni, costruito all’inizio del XX secolo, riconvertito in Museo d’Arte Contemporanea e aperto al pubblico nel 1999. La novità è il suo ampliamento con una nuova ala che si integra  nel complesso preesistente, opera  dell’architetto francese Odile  Docq.
Con la realizzazione del progetto il museo ha visto aumentate le sue aree espositive, arricchendosi di sale conferenze, libreria, parcheggio, un ristorante e un  caffè.

La nuova sezione presenta all’interno un’ architettura quasi hyperspaziale , mentre  dall’esterno  non mostra un’eccessiva eccentricità, adattandosi così senza far gridare allo scandalo  con l’urbanistica del quartiere, che  definirei borghese benestante. Il museo è stato riaperto al pubblico  domenica 5 dicembre, ma era possibile partecipare previa prenotazione a una visita in anteprima sabato 4. Così non mi sono lasciata sfuggire l’occasione e come tanti altri culture volture  ho trascorso un paio d’ore al MACRO.
Non ho alcuna velleità di stendere una relazione da esperta d’arte quale non sono  né sul museo come architettura, né sulle  sue collezioni. Voglio semplicemente dare un resoconto delle mie impressioni e invogliarvi a visitarlo, facendovi un’idea personale  a  seconda  delle vostre conoscenze e preferenze  in campo di modern art.
Non so spiegare esattamente perché, ma appena varcato il grande ingresso ho avuto l’impressione  di trovarmi  in una futuristica cattedrale o in una nave spaziale tipo Star Trek.
Tanto grigio, metallo e  acciaio, ravvivato da un  rigoroso rosso  lacca per  alcune strutture che fungevano da contenitori e separatori,  creando  ulteriori ambienti di esposizione.
Tra le varie opere esposte una scultura-abito  che  sembrava ospitare un essere vivente  sotto il pesante costume  di vaga ispirazione melanesiana, che ricordava le statue viventi che vivacizzano le zone storiche e pedonali  di ogni grande città.  Tutti i visitatori andavano in esplorazione aprendo porte, salendo scale, scendendo pedane, come in avanscoperta di un castello o di un labirinto futuristico. Tante opere in esposizione, ma l’opera più ammirata era la struttura in sé stessa.


In concomitanza con la nuova riapertura la parte del leone la faceva  l’opera vincitrice del ENEL Contemporanea Award 2010: “Are you really sure that a floor can’t  be a ceiling?”  del  team olandese Bik Van der Pol
(Lisbeth Bik e Jos Van der Pol).
L'installazione è in mostra fino al 16 gennaio 2011.
Questa è  l’unico tipo di fila che il pubblico romano accetta e rispetta. Anche perché  ci si intrattiene nell’ attesa con temi sociali, politici  o anche più frivoli, come amici non presenti,  viaggi o crisi sentimentali.
L’installazione, liberamente ispirata alla Farnworth House di Mis Van der Rohe, rappresenta una  casa-serra popolata da centinaia di farfalle, a simbolizzare il fragile equilibrio uomo-natura. Questa installazione era quella che naturalmente ha suscitato più interesse fra il pubblico e la fila quel giorno era piuttosto sostenuta.

Girando per le sale, goffa, distratta e mezza cieca quale sono, ho urtato inavvertitamente quello che sembrava essere un bicchiere di cartone XXL tipo bibita gassata, riempito di una massa solida e posto al centro di una sala insieme ad altri improbabili oggetti di cui era possibile domandarsi, per chi è ignorante d’arte moderna come me, se era stato dimenticato lì o era invece  un oggetto concettuale. La constatazione che era ripieno di una massa solida mi ha lasciato dedurre che la sua funzione fosse artistica.  Istintivamente ho rialzato il bicchiere e lo ho attentamente rimesso al centro della sala sotto l’occhio vigile di una attendente del museo.  Il fatto che non mi abbia ammonito che non si toccano le opere esposte, ma allo stesso tempo non mi abbia ingiunto di  togliere il bicchiere di cartone, non mi ho chiarito ulteriormente la funzione dello stesso.


E per completare la pessima opinione che mi sto costruendo da sola nel campo della naiveté  artistica posso concludere dicendo che sono rimasta affascinata dalle toilette del museo. Grigie,  severe e essenziali, avevano come lavandini delle strutture-paesaggio con degli avallamenti  a forma di piccole vasche, che lasciavano supporre la loro  funzione di raccolta d’acqua per sciacquarsi le mani. Ho maneggiato per cinque buoni minuti, giocando sempre più irritata nel tentativo di  evidenziare i sensori giusti per la fuoriuscita di liquido. Quando anche la sopravvenuta fruitrice dei servizi si è aggiunta a me nella vana ricerca, mi sono sentita meno stupida ma in ogni caso sempre più frustrata, finché infine (non so quale raggio infrarosso  abbia finalmente colpito), un gentile getto d’acqua è fuoriuscito come per magia e tutto la struttura parallelepipeda si è illuminata di una calda luce rossa per il tempo di fuoriuscita dell’acqua. Evviva. Un perfetto esempio d’ interazione fra opera d’arte e il  pubblico suo fruitore. La giornata, e l’autostima, erano salvi!
 P.S. Purtroppo non sono riuscita a fotografare in tempo la trasformazione da bianca in rossa della luce dell’isola-lavandino. Pronta per scattare, ancora una volta non sono riuscita a trovare il sensore giusto…

Museo d'arte Contemporanea MACRO
Aperto dal martedì alla domenica 11.00-22.00

domenica 5 dicembre 2010

La dolcezza del cioccolato

Degustazione I Piacevolissimi, cioccolato Vini e Distillati al Grand Hotel St.Regis.


Ci si accorge di avvicinarsi al Natale quando nei quartieri si appendono le luci natalizie, tutti i negozi si decorano a festa e si comincia a pensare a cosa preparare per il pranzo di Natale e a tutti i regali da porre sotto l'albero. Il Natale, fra tutte le feste, è quella più legata ai ricordi dell'infanzia e a montagne di dolcezze. E quale è la dolcezza per antonomasia? Il cioccolato, montagne di cioccolato, fiumi di cioccolato.
Non per niente "Charlie andThe Chocolate Factory" è un film piaciuto non solo ai bambini, ma anche agli adulti. La cioccolata è considerata un efficace antidepressivo e cioccolatini e praline sono un regalo che si scambiano anche gli adulti. E neanche io sono immune a questo fascino.
Perció molto volentieri, nonostante una manifestazione di studenti martedì 30 novembre abbia messo in ginocchio il traffico già normalmente congestionato di Roma, mi sono avviata al Grand Hotel St.Regis per una degustazione di cioccolato, vini e distillati, organizzata dall'Arte dei Vinattieri, CO.VI.RO e Perugina.
Già aprendo le porte del Grand Hotel, che un deferente addetto in tuba e marsina mi teneva aperte, sono entrata in un vasto atrio sontuoso, in cui troneggiava un grandissimo albero di Natale.

 

L'arredamento lussuoso sembrava concepito per una scenografia dello Schiaccianoci e non mi sarei stupita se Greta Garbo, seguita da un set di cagnolini petulanti fosse apparsa come una folata di vento attraverso le porte girevoli come nella scena finale del film Grand Hotel, inseguita da un codazzo di facchini carichi dei suoi bagagli. Il salone delle degustazioni, con i suoi grandi specchi a cornici dorate e intarsiate, gli stucchi e le pesanti tende di velluto color bordeaux rappresentava un set perfetto per presentare la suntuosità del Natale.


Al centro della sala un enorme tavolo ovale era ricoperto con scatole di legno e pacchi dono avvolti in carte
sfavillanti e lucenti. Ma il loro contenuto in sigari,cognac e vini pregiati faceva intuire che non ai bambini erano destinati quei doni, bensi ad adulti esigenti e bon vivant. Ai lati della sala erano posizionati i banchi di assaggio, che offrivano moscati, passiti, vini rossi di vigneti di alta tradizione e grappe raffinate e delicate. A questi tavoli si alternavano postazioni d'assaggio con vassoi d'argento ripieni di  tavolette  sottili di cioccolato fondente, al latte, di grandi ciotole e alzate di gianduiotti e bacetti avvolti nelle loro ben identificabili carte dorate e argento con stelle blu. Eravamo tutti adulti, ma sembravamo tanti bambini. Ci lasciavamo sciogliere il cioccolato in bocca con un piacere a malapena celato. Ci deliziavamo per il vin santo servito in piccoli bicchierini "usa e gusta" di cioccolato, cosicchè il liquido dolce e aromatico si mescolava con il gusto  del cioccolato che si scioglieva in bocca come una torre che si sgretola. Ma la più riuscita combinazione è stata per me il connubio bicchierino fondente con la profumatissima grappa di Brunello.
In fondo alla sala, separato dal resto dalle pesanti tende drappeggiate c'era l'attrazione della serata. Un maestro pasticcere scioglieva grandi quantità di blocchi di burro di cacao, cioccolato nero e al latte e spatolava in stampi di silicone praline riposte in frigo a condensarsi prima di essere servite a un
pubblico curioso e impaziente. Assistito da un maestro di cerimonia in livrea scura e guanti bianchi (!) intonsi, mi ricordava in qualche modo Babbo Natale con assistente nella sua fabbrica  al Polo Nord. Il tavolo era decorato di con grandi fave di cioccolato, con semi allo stato grezzo, con nocciole, con ribes rosso e nero.


Con l'impazienza tipica dei bambini seguivamo il riempimento dei gusci di pralina ormai solidi, colmati da questo maestro nella sua arte con farcia al caffè prima che l'aiutante distribuisse in pochi secondi le praline che il pubblico si contendeva e gustava con l'aria di bambini felici. Verso le nove, sazia e appagata da tutta quella dolcezza, il naso ormai insensibile a causa di tutti quegli stimoli olfattivi, ho oltrepassato le porte girevoli di quel suntuoso atrio illuminato dai riverberi di cento riflessi e mi sono ritrovata fuori in una scura, umida, piovosa Via Orlando, illuminata solo dalle luci aggressive di auto e motorini e mi sono sentita come la Piccola Fiammiferaia, dopo aver spento l'ultimo cerino, ma dentro ancora la dolcezza di tutto quel cioccolato e il calore di quei passiti che mi hanno accompagnata e scaldata sulla via di casa.